Protezione minori o sorveglianza digitale? L’Ue punta sui social con il Digital Fairness Act
L’Unione europea punta sui minori per regolare i social media. Ma è davvero solo protezione o è un modo per far rientrare dalla finestra una sorta di “chat control”?
Ursula von der Leyen ha annunciato a Copenaghen un nuovo pacchetto di norme digitali, il Digital Fairness Act, destinato a contrastare i meccanismi che rendono i social network irresistibili per i più giovani. Dark patterns, scroll infinito, algoritmi progettati per massimizzare il tempo di utilizzo, profilazione aggressiva e marketing opaco degli influencer finiranno sotto la lente dell’Ue. L’obiettivo dichiarato è chiaro: i bambini non devono essere merce.
La proposta, attesa per la fine del 2026, si affianca al Digital Services Act già in vigore e riapre un dibattito mai del tutto chiuso: fino a che punto l’Europa può intervenire sul design delle piattaforme senza oltrepassare il confine tra tutela e controllo?
Molti esperti o analisti - tra cui chi scrive - si chiedono se questa iniziativa rappresenti una risposta genuina ai rischi reali per i minori o un nuovo capitolo di una strategia più ampia che strizza l’occhio a una sorta di sorveglianza digitale. Dopo le difficoltà incontrate dal controverso progetto europeo di Chat Control ( se non lo conosci puoi recuperare, ne ho parlato QUI ) – che prevedeva scansioni dei messaggi privati alla ricerca di materiale pedopornografico e che ha sollevato forti preoccupazioni su privacy e crittografia, la protezione dell’infanzia torna nuovamente al centro dell’agenda regolatoria digitale EU.
Il problema dell’impatto dei social sui giovani oggi viene sostenuto da numerose ricerche. Studi longitudinali hanno riscontrato una correlazione significativa tra uso intenso di queste piattaforme e peggioramento del benessere mentale, in particolare ansia, depressione e disturbi del sonno. Le ragazze tra gli 11 e i 13 anni e i ragazzi tra i 14 e i 15 anni appaiono particolarmente vulnerabili, con un’associazione tra utilizzo elevato e minore soddisfazione di vita.
Qui è necessario però ricorda a tutti che la correlazione non è causazione. Gli studi prodotti finora - a mio parere- stanno facendo coincidere con estrema semplicità le due cose, usando i dati della correlazione come se fossero dimostrativi di una indiscussa causazione. A mio avviso, ma non sono la sola a crederlo, le cose sono meno bianco e nero, e molto più complesse.
La stessa comunità scientifica descrive il fenomeno come complesso e non lineare. Non si tratta quindi di una causa-effetto indiscutibile e uguale per tutti.
I rischi sono legati soprattutto ad un uso problematico o ossessivo, più che al semplice tempo trascorso online. Meccanismi come l’insicurezza, la F.O.M.O. (paura di essere esclusi), il confronto sociale (presente a ogni età, ma in particolare durante la crescita) e le interruzioni del sonno, dovute a una combinazione di fattori, giocano un ruolo importante. Dati internazionali, anche post-pandemia, segnalano un aumento dei sintomi di dipendenza dai social e dai device tra i giovani. Allo stesso tempo gli esperti sottolineano aspetti dibattuti. Mancano dati a lunghissimo termine perché la tecnologia è comunque recente, gli studi in esame sono ancora più giovani, e i tracciati tra i due asset evolvono molto rapidamente e in modo non lineare.
Alcuni studi evidenziano effetti misti: per ragazzi socialmente isolati le piattaforme possono infatti offrire benefici, tra cui connessione e supporto. Non è poi così chiaro se siano i social a peggiorare lo stato psicologico o se adolescenti già fragili o in condizioni familiari critiche, tendano a usarli di più in modo passivo e/o ossessivo. Il che non vuole negare il problema, ma capirne la causa è parte fondamentale di una qualsiasi soluzione.
La vulnerabilità - come molte altre cose nella vita di ognuno - varia notevolmente in base alla personalità, alla fase della pubertà e al contesto familiare.
Non vorrei però essere fraintesa: il rischio è reale e riconosciuto, ma richiede distinzioni, ad esempio, tra uso moderato, uso problematico e background socioculturale e psicologico di chi accede ai servizi. Di fronte a queste problematiche, molti propongono soluzioni dirette: vietare l’accesso ai social ai minori sotto una certa età e introdurre responsabilità penali per i genitori inadempienti.
Un approccio che rafforza il ruolo della famiglia rispetto a interventi statali o europei di tipo esteso. Eppure esperienze come quella australiana mostrano quanto sia complicato applicare divieti totali: i ragazzi aggirano i blocchi con account falsi o vpn. D’altra parte, a mio parere, sarebbe straordinariamente preoccupante se degli adolescenti non si comportassero come tali, cercando di aggirare i divieti degli adulti, ma questa è un’altra storia. Forse,
Tornando al punto, un semplice divieto non costringe le piattaforme a riprogettare i loro prodotti per renderli meno predatori.
Il Digital Fairness Act prometterebbe di affrontare proprio questi aspetti: limiti all’uso di intelligenza artificiale sui social, maggiore trasparenza (di cosa, degli algoritmi?) e divieti di pratiche manipolative.
Von der Leyen ha aperto anche alla discussione su un’età minima di accesso (tra i 13 e i 16 anni) accompagnata da verifiche. Ed è proprio qui emergono i dubbi più delicati: come si verifica l’età senza creare sistemi invasivi?
L’age verification - spinta che negli ultimi mesi è cresciuta ovunque con impressionante pressappochismo, a mio avviso - spesso richiede documenti, dati biometrici o app governative, con il rischio di database centralizzati esposti a violazioni e fine dell’anonimato online.
Gli esperti di privacy hanno già avvisato con ChatControl che misure nate per i bambini possono facilmente estendersi a tutti gli utenti, trasformandosi in sorveglianza di massa. La recente dichiarazione di von der Leyen ha quindi riaperto il dibattito.
L’Unione europea ha una consolidata tradizione di regolamentazioni ambiziose: dal Digital Services Act all’Ai Act, passando per il Digital Markets Act. Queste norme hanno l’obiettivo di contenere lo strapotere delle Big Tech, imponendo obblighi di valutazione dei rischi e moderazione. Ma se si usa un minino spirito critico non si possono non considerare una serie di possibili effetti collaterali: le piattaforme “più zelanti” potrebbero diventare radicali nel censurare contenuti per evitare multe salate, con possibili ripercussioni su libertà di espressione. Ciò che inizia con la lotta alla dipendenza o al cyberbullismo potrebbe scivolare verso il controllo di discorsi considerati “estremi” o “disinformativi”.
La sfida è complessa.
Da un lato, lasciare i minori esposti a meccanismi di addiction deliberati da parte di molte big-tech, appare irresponsabile. Dall’altro, risposte eccessivamente istituzionali e top-down, rischiano di erodere le libertà degli adulti e di concentrare troppo potere nelle mani di istituzioni europee o delle stesse aziende tenute a eseguire le regole.
È possibile costringere le piattaforme a progettare prodotti più sani (per esempio con algoritmi meno aggressivi - qualunque cosa significhi in questo caso- per gli under 16, limiti di tempo predefiniti e maggiore trasparenza) senza trasformare l’Europa in un sorvegliante perenne?
O la responsabilità primaria dovrebbe restare ai genitori, supportati da educazione digitale per adulti (visto che sono gli adulti ad aver dato dei potenti device in mano ai bambini) e una educazione civico/digitale a scuola per i bambini e i ragazzi? Ossia non è il caso di promuovere incentivi piuttosto che divieti e/i regolamentazioni rigide?
Queste domande - c’è da augurarsi - accompagneranno il dibattito sul Digital Fairness Act nei prossimi mesi. La protezione dei minori è un obiettivo condivisibile, ma la storia insegna che spesso “la protezione” diventa il grimaldello più efficace per espandere il controllo sullo spazio digitale. L’equilibrio tra sicurezza reale, riconoscimento della complessità delle evidenze scientifiche e preservazione delle libertà sarà il banco di prova per la prossima legislazione europea.




Credo che in ogni caso, la tecnologia emergente apra la porta a uno scenario che vede un grande sconfitto: la libertà degli individui. Se non si regola, allora si lascia spazio alla sorveglianza delle Big Tech. Se si regola, si rischia di spostare quella stessa sorveglianza dalle aziende alle autorità pubbliche. Ma sempre di sorveglianza si tratta.
Che la risposta sia di natura tecnica? Magari un’infrastruttura web realmente decentralizzata?